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Dieta mediterranea e sindrome metabolica

13/07/2012

 



Per quanto possa sembrare strano l’assegnazione dell’espressione “dieta mediterranea” a quel regime alimentare a noi noto è da attribuirsi ad un biologo statunitense. Ad una analisi più approfondita si scopre che non poteva non essere così dal momento che in pieno boom economico post-bellico gli Stati Uniti si trovano impegnati in una campagna di prevenzione primaria (attraverso l’informazione) e secondaria (attraverso i farmaci) per correggere le abitudini alimentari di una popolazione che presenta un’incidenza del rischio cardiovascolare molto alta.
 
Nella conferenza tenutasi a Mola nel Luglio del 2011, il Prof. Antonio Capurso, ordinario di geriatria e gerontologia presso l’Università di Bari, ha illustrato la maniera in cui si è evoluto il profilo di rischio per quanto concerne le malattie cardiovascolari e la relazione esistente tra la “sindrome metabolica” e la dieta mediterranea.
 
La campagna di prevenzione “made in USA” sopra citata ha determinato una riduzione (-50%) del numero di infarti miocardici nella popolazione americana (tra il 1980 ed il 2000) ed il merito di ciò è da attribuire in misura maggiore al cambiamento delle abitudini alimentari. Purtroppo però contestualmente il profilo di rischio si è modificato: sono stati sconfitti i fattori che caratterizzavano l’insorgenza del rischio cardiovascolare (colesterolo, ipertensione e fumo) ma è intervenuto il fattore obesità determinato dal cosiddetto “sbilancio energetico”: gli americani introducevano troppe calorie nel proprio corpo rispetto a quante ne venivano poi effettivamente spese. 
 
La conseguenza diretta dell’aumento della percentuale di obesi è stata la “sindrome metabolica”, ovvero un contesto clinico caratterizzato da un elevato rischio cardiovascolare. Ancora una volta però la dieta mediterranea ha saputo dimostrarsi efficace nella lotta a questa nuova patologia, figlia della società dei consumi e di una vita sedentaria. È bene precisare però che in questo caso si è scoperto anche un limite della stessa: la dieta mediterranea, come è noto, è prevalentemente costituita di carboidrati (il 50% circa dell’apporto calorico), grassi di origine vegetale (30% circa) e proteine dei legumi e del mare (il restante 20%), oltre naturalmente a verdura, frutta e vino risso.

Due studi (uno americano e l’altro europeo) condotti nella metà degli anni ’80, indipendentemente l’uno dall’altro, sono giunti alle medesime conclusioni: hanno dimostrato l’importanza strategica dell’olio d’oliva (che contribuisce alla riduzione del colesterolo “cattivo” ed all’aumento di quello “buono”) nella dieta mediterranea e la necessità di controllare con estrema attenzione il consumo di carboidrati poiché questi ultimi sono responsabili della redistribuzione addomino-viscerale dei grassi che è uno dei fattori chiave nell’insorgenza della “sindrome metabolica”.
 
In altri termini, il Prof. Capurso, in chiusura di intervento, consiglia di scegliere sempre più spesso, tra una porzione di “tiella barese” e un piatto di fave e cicorie (due vere prelibatezze della cucina nostrana), la seconda pietanza poiché, a parità di Kcal, introduce nel nostro organismo una quantità minore di carboidrati.

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